Alain de Botton affronta un aspetto centrale dell’esistenza di tutti gli esseri umani: le case, le città, la geografia dei luoghi che abitiamo e in cui ci muoviamo, la necessità che abbiamo di sentirli belli e accoglienti. E lo fa partendo da alcune semplici domande: Che cosa rende una casa bella? E perché ciò che per alcuni è bello, per altri è invece inguardabile? Ed è ragionevole passare parte del proprio tempo a cercare di rendere più belli i luoghi in cui viviamo? E, soprattutto, i luoghi, gli edifici, le stanze e gli uffici possono renderci più o meno felici? Se riteniamo che la qualità dell’ambiente in cui viviamo sia fondamentale per il nostro benessere, non possiamo non interrogarci sul rapporto tra architettura e felicità. Ma da dove cominciare? Oggi, a differenza dei secoli passati, siamo consapevoli dell’impossibilità di individuare una misura del bello assoluta e riproponibile all’infinito, senza tener conto delle tradizioni locali e della sensibilità dei committenti. Se le ville palladiane rappresentano un ineguagliato modello di equilibrio architettonico, una recente villa costruita a Londra secondo gli stessi canoni suscita più sconcerto che ammirazione. E non erano affatto contenti i signori Savoye,
per cui Le Corbusier progettò la famosa villa (vedi foto) di Poissy: il grande capolavoro dell’illustre architetto modernista si rivelò ben presto inabitabile. D’altro canto, invece, accostamenti inediti di forme, materiali e stili possono essere fonte di piacere e serenità. Attraverso una ricca casistica e insieme facendo ricorso alla ‘verve’ del narratore, De Botton indaga, nella molteplicità delle sue sfaccettature, l’influenza del design sull’essere umano, design che suscita sensazioni e riflessioni, modifica l’umore, fornisce stimoli al miglioramento. Imparando a ritrovare in edifici e oggetti doti e qualità presenti anche nell’uomo avremo dunque l’occasione di conoscere meglio noi stessi. E’ questa, dopotutto, la fonte della vera felicità.



Le Corbusier fu il massimo esponente della corrente razionalista, la corrente che ambiva alla sempre più perfetta identificazione tra forma e funzione, ma ne fu anche uno dei primi: uno sperimentatore (adattare gli spazi all’uomo e non viceversa).
In Italia, negli anni ‘50, Ignazio Gardella realizzò la mensa dello stabilimento Olivetti ad Ivrea: la verifica dei più corretti percorsi e ampi spazi per la convivialità e per la ricreazione (area lettura giornali, biblioteca, area gioco carte, ecc.). Un esempio quasi perfetto di “bello” architettonico, … ma oggi quello stabilimento è quasi deserto e quegli spazi sembrano così beffardamente superflui che fanno solamente aumentare lo sconforto e la rassegnazione… nulla è mutato dal punto di vista strutturale, ma la percezione delle stesse è opposta.