Don Nino

Ho scritto questo racconto senza pretesa alcuna.
Ho incollato pezzi di tante cose di me: persone, ricordi, immagini, parole, senza nessuna strategia e modellistica narrativa.
Borges diceva: “Uno scrittore deve abbandonarsi al piacere di sognare, di scrivere; anche se ciò fosse imprudente. Però chissà che la massima felicità non sia la lettura.”
Ecco, dopo essere stato veramente imprudente, ritornerò a leggere.
Voi portate pazienza.

 

Era un caldo impossibile, mai come quest’anno.
Anche i contadini costumati ai lavori al sole, ora sudavano all’ombra, vicino al fresco che veniva su dal pozzo.
Senza timore della malalingua del vicino, si andava tardi nei campi, per quel poco che c’era ancora da fare prima della vendemmia.
Il padrone non se ne aveva a male con noi mezzadri, sapeva che quando sarebbe stato il momento non ci saremmo tirati indietro.
Alla sera si andava a ballare in qualche festa, su una collina, in onore di qualche santo.
Il paese intero sembrava sonnecchiare; i rumori per le vie, rari, erano rotti solo dallo schiamazzo dei bambini.
Neanche la polvere si alzava dal selciato di ghiaia e terra.
Tutto immobile.
In quei giorni arrivò Nino, un po’ inaspettato.
Ci aveva sempre scritto che sarebbe tornato a salutarci, me e la zia, che ci voleva bene.
Io sapevo che fino a quando il seminario non gli avesse messo addosso il vestito da prete, quello con i bottoni rossi, sarebbe stato difficile rivederlo.
Volevano essere sicuri di strani ripensamenti nella vocazione.
Ma adesso era lì, Nino stava camminando davanti a me sul sentiero, quasi saltellando sui piedi, come faceva sempre lui.
Lì dove la strada curva, che poi sale alle vigne, si ferma e guarda il rio sotto.
Era piccolo quando un giorno si fermò lì a guardare un fiore, blu. Lo punge una vespa.
Ma Nino non piange, no davvero, ma tutto serio dice, fregandosi il braccio:
“Quando tu sarai Nino e io vespa, anche io ti pungerò!”
L’ho cresciuto io, Nino.
Suo padre, mio fratello, tornato malato dalla guerra, è morto pochi mesi dopo.
Sua madre l’abbiamo dovuta portare all’ospedale, l’anno dopo. Quando è morta, ho preso Nino con me.
Noi non avevamo avuto la fortuna di avere un culla per casa. Allora il Signore, nella disgrazia, mi aveva portato sull’uscio di casa quel ragazzo, i capelli neri di suo padre e le lentiggini della madre.
Prima era sempre con me, poi è andato a scuola.
Un giorno Don Piero mi ha chiamato: che portassi Giovanni al collegio, dai preti.
Nino diceva no, che non voleva, che sarebbe scappato tutti i giorni, che voleva diventare contadino come me e fare anche il soldato come papà.
Neanch’io volevo portarlo laggiù, ma poi ho avuto paura di non pensare solo al suo bene, di farlo per me, per tenermelo vicino.
Maria piangeva e con gli occhi mi chiedeva di tenerlo a casa.
Avevo chiesto consiglio anche al nostro padrone, una domenica che era salito in paese.
Era vero quello che diceva Don Piero? E lui mi aveva risposto:
Quale vita può essere meglio di quella spesa al servizio di Dio?
E poi al collegio avrebbe avuto di sicuro da mangiare tutti i giorni, avrebbe dormito al caldo, sarebbe tornato casa coi bottoni rossi sul vestito da prete.
Non gli sarebbe mancato nulla.
Aveva forse ragione. Non come a casa con la zia che quando mancava una cosa diceva:
“Non hai che da comperare!”
Poi quando sentiva il prezzo si spaventava e non voleva comperare più nulla.
Così l’ho portato.
Gli ho detto che andavamo a trovare lo zio Aurelio e lui era partito senza sospetti e durante il viaggio saltellava, guardava e commentava tutto.
Come sempre.
Il collegio era grande e tutto bianco, le camere con due letti, avrebbe avuto un amico.
Davanti c’era un cortile per i giochi, un campo da calcio, che era piaciuto tanto a Nino.
Ma quando al momento di partire, gli ho detto che lui doveva restare, mi ha guardato smarrito, la zia piangeva nel fazzoletto, si è buttato per terra, mi diceva di no.
Me lo volevo riprendere il mio Nino, lo riportavo a casa con me e con la zia.
Avrebbe fatto il contadino e avremmo tirato avanti lo stesso.
Ma Don Piero ha accompagnato la zia al portone, a me ha detto che era peccato portare via un servo dalla casa di Dio.
Forse era un peccato lasciarlo lì, fra quei muri bianchi come l’ospedale dove era morta sua madre. Bestemmiai, per vendetta.
Dopo sei mesi, Nino ha scritto la sua prima lettera, con quelle O così grosse e diceva che stava bene.
Però io sono uscito e sono andato a piangere nel granaio.
La vita era stata dura, le annate erano state un seguito di imprevisti e malanni, a noi e alla campagna. Ma ora stavamo bene, non mancava nulla e il prezzo della roba non ci spaventava più.
Eravamo soli, questo si. Ma oggi è venuto a trovarci.
Sono passati dieci anni da quando l’avevo lasciato in collegio.
Ci siamo seduti fuori, per il caldo.
Maria aveva spostato la panca sotto il prugno e avava messo dei cuscini per rendere la seduta meno scomoda, un tavolino con una bottiglia di acqua fresca e i bicchieri del corredo con le foglie di menta.
Per un po’ Nino è stato zitto, giocava coi bottoni rossi del vestito.
Io l’ho guardato tanto, mi sembrava diverso, ma poi quando ha cominciato a parlare è diventato quello di una volta.
Nino rideva con tutti i denti, ancora, e quelle lentiggini sembravano corrergli sul viso.
I capelli erano corti ma neri e duri come il fil di ferro.
Adesso portava gli occhiali, ma con la montatura fine, rotonda.
“Zia, siete mai andata al cinematografo? Dovreste prendervi qualche svago”.
A me veniva da ridere, lui così serio e lei, rossa come una mela renetta.
Maria non piangeva più e ad Attilio della bottega raccontava di suo figlio, che stava per diventare prete.
Suo figlio.
E poi Nino, a me ha chiesto se non avevo mai visto una partita di pallone, a me.
Poi mi ha raccontato delle sue partite in collegio, dove facevano le squadre ed una era sempre del Torino e giocavano anche con il vestito lungo ma non potevano cadere.
Ma proprio quello che non potevo aspettarmi è capitato al momento della partenza.
Ci eravamo già salutati, ma lui, quando è stato a metà della scala di casa, si è girato, mi ha guardato è ritornato su e mi ha dato un bacio.
A me.
Poi sono andato con Maria sul balcone e l’ho guardato ancora mentre andava via.
Forse non l’avrei più rivisto, Nino.
Maria voleva vedere quando lo consacravano oppure a una sua messa.
Avrebbe finito il liceo e sarebbe diventato prete, chissà il clero dove l’avrebbero mandato. Magari lontano.
Nino scrisse sempre, una volta al mese.
Erano lettere lunghe e Maria che era più brava a leggere me le spiegava anche. Io riuscivo a immaginare sempre tutto, come se lo vedessi.
Una volta mandò anche una foto, era insieme agli amici del ginnasio e beveva a una fontana, in montagna.
Lei la consumò quella fotografia. La mise nella vetrinetta appoggiata ai bicchieri e non c’era volta che passando non girasse lo sguardo.
Nino era tutto. Diceva Maria, era la vita che non si consumava su quella collina. Lui avrebbe visto il mondo.
Era una testa fine, dicevano di lui.
Finito il liceo chiese di poter seguire i corsi di Fisica. La cosa non fu gradita, ci disse in una lettera.
Il rettore era arrabbiato, non aveva detto di no ma gli aveva fatto capire a chiare lettere che ci sarebbero state delle conseguenze.
Nino si consacrò in Cattedrale e zia Maria andò a vederlo, prese la littorina insieme a Don Piero.
Io no, dissi che non potevamo lasciar casa sguarnita. Ma non era vero, non avevo il coraggio.
L’avrei perso quel giorno, non sarebbe più stato mio. Arruolato nell’esercito di Cristo. Maria mi raccontò che c’era tanta gente e che era tanto il fumo dell’incenso che tutti tossirono anche finita la messa.
Nino per la prima volta ci scrisse dopo alcuni mesi.
Era stato mandato a fare il parroco in un piccolo paese, di contadini, gnucchi come noi. Era stato mandato lì a sostituire un Monsignore che era morto da poco.
Nino ci disse che la canonica era fredda ed umida e la chiesa cadeva a pezzi. Era stato mandato lì per punizione, per aver osato studiare roba che era già spiegata dalla Bibbia.
Disse che stava bene e che la gente gli volva bene e che era ritornata a messa, che c’erano tanti ragazzi e bambini.
Maria invecchiava, io anche.
Ci mancavano le forze per lavorare la terra e i mezzadri, si sa, devono rendere.
Il nostro padrone era un avvocato, un signore. Veniva dalla città, ogni tanto, a trovarci e a prender conto. Arrivava con l’Anglia e la buttava all’ombra e andava a piedi.
Lo vedevamo arrivare, quando se ne veniva a piedi dal paese, con quei suoi lunghi passi, un po’ sghembi, le mani dietro la schiena, l’aria fra il curioso e l’indifferente, il sorriso sempre furbo.
Un vecchio paio di scarponi da montagna, ci ballavano dentro i suoi i garretti nudi, impolverati. Ed un unico cappello, senza forma, ammaccato, dal colore indefinibile, fra il marrone ed il grigio, il colore della fanga.
Capitava di trovarlo quando tornava dalle vigne, che fumava dal sudore della fatica, una borsa in spalla. Dalle tasche ne uscivano due fichi, un caco o delle castagne e me le offriva con quella sua ruvida galanteria, quando ci sedevamo sulla capezzagna, a vedere la valle sotto.
Ci voleva bene, voleva bene a Nino. Neanche lui aveva avuto figli. Sapemmo che fu lui, facendosi passare per un lontano zio, a pagargli il vitto, l’alloggio e l’università, lasciando una bella mancia al Rettore.
Non aveva nessuno che si prendesse cura di lui. C’era stata una sorella, ma vecchie questioni di eredità ne avevano separato i patrimoni ed anche le vite. Dicono che ci fosse stata una donna, giovane ed innamorata, ma alla fine lei aveva scelto di andare. Altri dicono che morì di tifo.
Smise di fare l’avvocato e tornò, da solo, nella vecchia casa padronale, con i sacchi di grano e gli attrezzi nelle stanze del piano terreno.
Un’infilata di sale e salette, con la tappezzeria macchiata d’umidità. C’era odore di chiuso. Se cercavi di aprire una persiana, il legno scricchiolava, ballavano le stecche, sembravano voler saltare via. Piena di polvere, una madia portava bricchi da caffè, teiere, piatti, tutti appannati, grigi. Ma erano d’argento inglese, bellissimi.
Pretendeva che si lavorasse la terra come avevano fatto suo padre e suo nonno e anche prima.
Mangiava come capitava, buttandosi a dormire, magari vestito, per il freddo o aspettando una levataccia o il parto nella stalla. Sempre pronto, dopo una giornata passata a sfangare fra le vigne e una serata in paese, fra amici, all’oratorio a giocare a carte.
Fausto, così si chiamava, era solitario di pensiero ma ovunque vi fosse compagnia.
Una domenica mattino mi chiamarono, mentre ero a messa.
Il capino da uccello pareva più scheletrito, secco e quel livido sulla fronte se l’era procurato battendo contro lo spigolo del tavolo dello studio.
Una morte fulminea ma misericordiosa aveva portato via il mio padrone, il vecchio avvocato dal nome strano.
Nino tornò per dir la messa della sepoltura e pianse durante l’omelia.
Ci raccontò, a cena, delle sue visite in seminario e delle passeggiate di domenica, per le piazze della città, delle chiacchiere e delle lunghe discussioni sulla fisica e su Dio.
Raccontava del nostro lavoro, di noi, del paese.
“Sapevo tutto” disse Nino.
Dopo poche settimane arrivò una lettera del notaio, ci convocava.
Nel testamento, l’avvocato nominava eredi universali me e Maria, a condizione che vendessimo tutto nel giro di un anno e che ci trasferissimo da Nino. Maria avrebbe fatto la perpetua e io gli avrei tenuto l’orto, diceva.
Mi sentivo morire a lasciar quella terra ma facemmo come detto e ce ne andammo.
Caricai tutto il mobilio, tutta la nostra vita sul camion e partimmo un lunedì mattina. Lei piangeva e rideva che sembrava una bambina, sembrava matta. Ero felice per lei, mi veniva il cuore in gola.
La vita le restiuiva Nino.
Il suo Nino.

Annunci

Vino e lingua. Al Forteto della Luja (Loazzolo – Asti), nell’ambito del Fuori Festival di Classico, si parla di dialoghi e linguaggi contemporanei

copertina-per-sdp

Per la seconda volta il Forteto della Luja, l’azienda vinicola di Loazzolo (Asti), consotta dalla famiglia Scaglione, nel cuore della zona di produzione del Loazzolo doc, vendemmia tardiva a base moscato, la più piccola doc d’Italia con un pugno di produttori compresi in meno di 6 ettari, ospita una tappa autunnale del Fuori Festival di Classico, la rassegna dedicata alla lingua italiana, di cui è direttore artistico lo scrittore e autore radiofonico Marco Drago, che si fa a Canelli e in alcuni paesi vicini. Lo scorso anno si parlò di Umberto Eco con testimonianze e video. Quest’anno l’appuntamento è per il 7 e 8 ottobre. Un gruppo di linguisti e semiologi parlerà su come si è modificato il dialogo e il linguaggio oggi.
Qui di seguito il programma degli incontri che si terranno a due passi dall’oasi del WWF che ha al centro la cascina del Forteto della Luja a cui seguiranno degustazioni dei vini del Forteto e di prodotti tipici.

Sabato 7 e domenica 8 ottobre a Loazzolo (Asti) torna il Fuori festival di Classico 2017 

Al Forteto della Luja si parla di dialogo e linguaggi della contemporaneità. In programma quattro mini-convegni, validi anche come corsi di aggiornamento per gli insegnanti delle scuole secondarie

Il gergo dei giovani è davvero una lingua a sé? In che modo dialoga la Chiesa oggi, con i propri fedeli, con le altre confessioni e le altre religioni? Tutti i giorni, tutto il giorno, stiamo sui social e parliamo, scriviamo, commentiamo, rispondiamo: gusto della convivialità o spietata caccia al like? Quando sembriamo non dire nulla – perché non possiamo, non vogliamo o non sappiamo cosa dire – cosa diciamo in realtà?

Sono questi alcuni dei quesiti traccia al centro di una due giorni intitolata “Dialogo e Linguaggi della Contemporaneità” inserita nel programma Fuori Festival di Classico, la rassegna dedicata alla lingua italiana omaggio al linguista canellese Giambattista Giuliani, che ha la sua terra d’elezione a Canelli, ma che propone eventi anche nei centri vicini.

E, infatti, la due giorni in questione si terrà il 7 e 8 ottobre a Loazzolo, paese agricolo sulla Langa Astigiana, a due passi da Canelli, nello splendido scenario del Forteto della Luja, l’azienda vitinicola condotta dalla famiglia Scaglione, al centro di una splendida oasi naturale del WWF che comprende oltre 100 ettari di boschi.

Previsti quattro eventi ideati, organizzati e condotti in accordo con cinque studiosi di settore: Gabriele Marino (semiologo), Ilaria Fiorentini, Caterina Mauri, Emanuele Miola (linguisti) e Simona Santacroce (secentista e studiosa delle religioni). Tutti gli interventi saranno incentrati sui diversi valori e sulle diverse forme del dialogo nella contemporaneità.

I quattro eventi sono stati inseriti nel programma dei corsi di aggiornamento per insegnati: la partecipazione, infatti, dà diritto a crediti formativi per tutti i docenti della Scuola Secondaria di Primo e Secondo grado.

Al termine di ciascuna relazione è previsto un aperitivo con prodotti di Langa e la degustazione dei vini del Forteto della Luja.

Qui di seguito il programma in dettaglio.

SABATO 7 OTTOBRE – DALLE 17.00 ALLE 19.00

Emanuele Miola

Parlare tra generazioni. Il giovanilese è davvero una lingua diversa?

La “lingua dei giovani” è davvero incomprensibile e sgrammaticata, e quindi peggiore di quella che gli adulti parlano tutti i giorni o che si parlava cinquant’anni fa? Quei tecnicismi barbari che fanno rabbrividire genitori e insegnanti, quei simboli incomprensibili, quell’ortografia in libertà con cui i ragazzi comunicano su Internet e nei social network indicano davvero il declino dell’italiano? E quali sono i fenomeni sociali e psicologici che fanno sì che il modo di esprimersi cambi senza che le persone smettano di comprendersi? La lingua non è un oggetto unico e cristallizzato, ma un continuum di varietà, ordinate dal punto di vista sociale, i cui costanti e diseguali sommovimenti si spiegano nella dialettica tra errore, innovazione, uso e pertinenza.

Simona Santacroce
Il popolo di Dio in dialogo. Quali lingue per la Chiesa oggi?
“Quale lingua, quale liturgia e per quale chiesa?”. È questa una domanda su cui la cristianità si interroga da secoli. Nel XX secolo il Concilio Vaticano II sembra porre fine alla questione, almeno per la Chiesa cattolica. Ma è proprio così? Il latino è diventato davvero lingua morta anche per la chiesa? E come rispondere alle esigenze di vecchie e nuove comunità che vogliono parlare a Dio nella propria lingua, che sia lingua di immigrazione o dialetto? Anche oggi, come fu secoli fa, la lingua della Chiesa può diventare seme di discordia per i popoli di Dio, ma soprattutto oggi, può diventare occasione di vero dialogo interculturale.

DOMENICA 8 OTTOBRE – DALLE 11.00 ALLE 13.30

Gabriele Marino

È #virale. Quali sono le forme della convivialità online?

Cos’hanno in comune hashtag, faccine, video “che hanno commosso il Web”, la gif di John Travolta confuso, il Generatore automatico di post di Salvini, la bufala del ministro Kyenge che vuol dare in pasto i gattini italiani agli immigrati, il parrucchino di Donald Trump? Niente e tutto: sono le cose di cui parliamo – anzi, le cose che parliamo – quando siamo online. Stiamo online non solo e non tanto per scambiarci informazioni o contenuti, quanto piuttosto per dirci gli uni gli altri che ci siamo, che esistiamo, stiamo online per contarcela, per perdere tempo, assieme, ciascuno a suo modo, disegnando comunità effimere e fortissime. Gli studiosi la chiamano componente fàtica della comunicazione: come quando al telefono annuiamo con un mugugno per far capire all’interlocutore che lo stiamo ascoltando. Nel cortile globale delle bacheche social si dialoga, si sta assieme e si diventa comunità anche solo commentando La stessa foto di Toto Cutugno ogni giorno.

Ilaria Fiorentini e Caterina Mauri

Eccetera eccetera. Che cosa diciamo quando non diciamo niente?

Tra le espressioni che utilizziamo quando vogliamo evitare di dire qualcosa, eccetera è probabilmente la più diffusa. Le sue funzioni sono molteplici: può servire a troncare una lunga citazione; può essere inserito alla fine di un elenco; può alludere a una conoscenza condivisa da entrambi gli interlocutori; infine, può sostituire una o più parole ritenute sconvenienti. Eccetera è un segnale che rimanda esplicitamente all’implicito, al non detto, attraverso il quale colmiamo dei silenzi che sono assenze di forme, ma non di significato. In letteratura come nella lingua di tutti i giorni, nel parlato e nello scritto, eccetera ci aiuta a dire molto, permettendoci di non dire niente.

Sapori del Piemonte – FILIPPO LARGANA’ (leggi qui)

Sulle esperienze di studio all’estero

AFS

Accueillir un jeune issu des cinq continents sous votre toit est une expérience unique riche en émotions. Voici 5 bonnes raisons qui vous décideront :

1. Ouvrez-vous au monde. Être famille d’accueil, c’est découvrir la culture d’un jeune venu d’un pays étranger. Chacun apprend et se nourrit de la culture de l’autre. Un bon moyen d’élargir votre horizon par-delà les frontières.

2. Partagez votre culture. Les lycéens accueillis sont avides de découvertes. Ils veulent apprendre notre langue et comprendre notre culture. À travers leur regard, vous redécouvrez la France et son patrimoine.

3. Devenez une famille internationale. Une relation unique se crée entre vous et le jeune que vous accueillez. Les liens d’amitié qui naissent avec AFS durent souvent toute la vie. D’innombrables possibilités de rencontres et d’échanges en France et dans le monde s’ouvrent à vous.

4. Intégrez une association reconnue. L’accueil bénévole est un principe hérité des fondateurs d’AFS et mis en pratique par plus de 200 000 familles depuis plus de 65 ans. Accompagnés par un réseau de bénévoles expérimentés, vous êtes suivis tout au long de cette aventure.

5. Oeuvrez pour un monde meilleur. En devenant famille d’accueil, vous adhérez aux valeurs de respect et de tolérance. À travers l’organisation d’échanges internationaux à caractère éducatif et interculturel, vous contribuez concrètement à la construction d’un monde plus pacifique.

5 bonnes raisons d’accueillir un lycéen étranger avec AFS

La ragioni del mio voto

Il 4 dicembre finalmente si compirà il percorso di riforma costituzionale, iniziato più di due anni e mezzo fa.
Da cittadino interessato alla politica ed al futuro del Paese, ho assistito al percorso istituzionale e politico che qui ci ha condotto.

Con disagio, ho vissuto il dibattito che, negli ultimi mesi, ha avviluppato ogni cosa. È da subito scomparsa ogni analisi e riflessione sulle ragioni e sulla portata della riforma; il confronto fra le parti contrapposte è stato contrassegnato da una crescente guerriglia mediatica, combattuta da neo costituzionalisti e infervorati facinorosi. La confusione è via a via aumentata, soprattutto a discapito di chi, rivolgendosi ai mezzi di informazione tradizionali o nuovi, non tollera più il confronto urlato e, perciò, confinandolo nel disinteresse o nell’indecisione.

Premesso che non ritengo il cambiamento un valore di per se stesso come non amo il fideismo della “Costituzione più bella del mondo”, proverò a riassumere, senza presunzione alcuna, alcune delle ragioni del mio voto, del perché voterò SI.

La revisione della Carta Costituzionale riguarderà circa trenta articoli della II Parte, che riguardano l’ordinamento della Repubblica. Una riforma profonda ma che certo non darà vita ad una nuova Costituzione: rimane inalterata la I Parte, quella dei diritti fondamentali; la forma di Governo rimarrà parlamentare perciò dovrà pur sempre avere la fiducia dalla camera eletta dai cittadini;  rimane ferma la distinzione fra Poteri, inalterata l’autonomia della Magistratura.

Una riforma che ha due indirizzi principali, a mio modo di vedere, molto apprezzabili. Il primo, sta nella trasformazione del bicameralismo paritario oggi in essere (due Camere con le medesime funzioni) attuato con la trasformazione del Senato in organo di rappresentanza degli territoriali ossia Regioni e Comuni (le provincie, in virtù della riforma, dovrebbero cessare). Il secondo, sta nella nuova distribuzione delle competenze legislative, con un aumento sostanziale delle competenze attribuite in via esclusiva allo Stato centrale, passaggio rafforzato dall’introduzione della clausola di tutela dell’interesse nazionale (che riserva allo Stato la possibilità di operare anche quando la competenza è della Regione).

La riforma del processo legislativo non rappresenta un valore marginale, seppur sempre più taciuto nel dibattito. I Centri Studi di Camera e Senato, in ordine ai tempi di elaborazione legislativa, tanto di questa come della precedente legislatura, rilasciano dati sconfortanti. La riforma mi pare possa, finalmente, consegnarci un Parlamento efficiente ed efficace, ben sapendo che la qualità delle politiche sarà rimessa alle menti dei nostri rappresentanti e su questo sarà opportuno, molto presto, aprire altro tipo di riflessioni. La ripartizione delle funzioni legislative fra Stato e Regioni e il l’iter legislativo così come configurato dai novellati art. 70 e seguenti, mi pare di buon equilibrio e garanzia, consegnando al nuovo Senato un ruolo sovente determinante e, perciò, di buona prospettiva per eliminare discrasie normative all’interno del suolo italico, che non riescono ad essere armonizzate dalla Conferenza Stato e Regioni e sovente vengono affidate alla Corte Costituzionale nel giudizio di conflitto di attribuzione, con conseguenze non irrilevanti per la vita del Paese.

Anche altre modifiche determinano la portata e l’importanza della riforma che andremo ad approvare. Penso al controllo preventivo della legge elettorale da parte della Corte Costituzionali ma anche all’abbassamento de quorum referendario abrogativo allorquando vengano raccolte ottocentomila firme (il che dovrebbe disincentivare la poco democratica pratica della dissuasione al voto). Si garantirà in miglior modo la proposizione legislativa popolare: certo, aumentano il numero di firme necessarie per far approdare la proposta in Parlamento, ma dando certezza della discussione e della deliberazione. Mi pare di ulteriore garanzia istituzionale che cinque giudici costituzionali vengano eletti da Camera e Senato. In tutta sincerità, non mi pare una forzatura alla democrazia il meccanismo del “voto a data certa” ossia la corsia preferenziale concessa al Governo per l’approvazione di un disegno di legge, non qualsiasi, ma essenziale per l’attuazione del programma; l’innovazione, infatti, recepisce la prassi consolidata (e forse meglio la regolamenta) intercorrente fra Governo e Parlamento. Mi pare una conquista definitiva la nuova norma costituzionale, non di intento ma di processo, per cui le leggi che stabiliranno le modalità di elezione delle Camere, dovranno promuovere l’equilibrio tra uomini e donne nella rappresentanza (e lo stesso vale per le elezioni dei Consigli Regionali).

Penso, tuttavia, come ho avuto modo di esprimere nel corso di incontri pubblici o politici, che la vera domanda cui dobbiamo rispondere è dove ci condurrà questa riforma costituzionale. Al di là delle soluzioni adottate nel progetto di riforma, che pur condivido, la risposta a questa domanda è stata determinante nel volgermi al si.

La storia della Prima e della Seconda Repubblica, ci consegna un Parlamento che tenta di rappresentare il pluralismo partitico. La formazione degli esecutivi, anche di quelli tecnici, è avvenuto per accordo e soprattutto veti intercorso e proposti fra le varie forze politiche. Questa genesi ha determinato scelte politiche sovente timide o fragili. L’instabilità dei Governi e la scarsa capacità di agire “con sguardo lungo” e conseguentemente decidere, non hanno creato le migliori condizioni per lo sviluppo economico e la crescita di una nuove generazioni imprenditoriali. Perennemente in regime di emergenza ed eccezionalità, sovente queste scelte i nostri rappresentanti non le hanno generate, attenti ad un accampato “ben altro”, lasciando perennemente con un senso di incompiuto e provvisorio il cittadino. Quest’ultimo, via a via si è trovato sempre più lontano dai propri rappresentanti e da quei corpi intermedi, incapace di farsi ascoltare da coloro che lo avevano rappresentato nel recente passato (partiti o sindacati che fossero).

Anche per questo penso che occorra superare l’idea che via sia democrazia solo quando vi sia la plastica rappresentazione del pluralismo politico (dove il Parlamento è frontaliero rispetto al Governo) per accogliere la formula, penso parimenti democratica, che vede la minoranza controllare ed opporsi alle scelte di una maggioranza e del suo Esecutivo. La riforma si muove verso una democrazia maggioritaria, contraddistinta dalla capacità di dotare il paese di Governi stabili, con processi legislativi di maggior linearità ed efficacia, con rappresentanti responsabili dinnanzi al corpo elettorale della formulazione di programmi prima delle elezioni e della loro realizzazione, ove premiati dal voto. Penso che possa e debba essere superata la visione di una democrazia cui deve essere circoscritto e limitato, con ogni strumento, l’esercizio del potere nel timore che esso prevarichi; penso che la nostra democrazia sia matura e pronta ad affidare all’Esecutivo una controllata capacità decisionale.

La riforma costituzionale si muove in questa direzione e penso che la Costituzione che nascerà, ove approvata, dalla riforma possa veramente dar vita ad una fase positiva della nostra vita repubblicana.

si