Sulle esperienze di studio all’estero

AFS

Accueillir un jeune issu des cinq continents sous votre toit est une expérience unique riche en émotions. Voici 5 bonnes raisons qui vous décideront :

1. Ouvrez-vous au monde. Être famille d’accueil, c’est découvrir la culture d’un jeune venu d’un pays étranger. Chacun apprend et se nourrit de la culture de l’autre. Un bon moyen d’élargir votre horizon par-delà les frontières.

2. Partagez votre culture. Les lycéens accueillis sont avides de découvertes. Ils veulent apprendre notre langue et comprendre notre culture. À travers leur regard, vous redécouvrez la France et son patrimoine.

3. Devenez une famille internationale. Une relation unique se crée entre vous et le jeune que vous accueillez. Les liens d’amitié qui naissent avec AFS durent souvent toute la vie. D’innombrables possibilités de rencontres et d’échanges en France et dans le monde s’ouvrent à vous.

4. Intégrez une association reconnue. L’accueil bénévole est un principe hérité des fondateurs d’AFS et mis en pratique par plus de 200 000 familles depuis plus de 65 ans. Accompagnés par un réseau de bénévoles expérimentés, vous êtes suivis tout au long de cette aventure.

5. Oeuvrez pour un monde meilleur. En devenant famille d’accueil, vous adhérez aux valeurs de respect et de tolérance. À travers l’organisation d’échanges internationaux à caractère éducatif et interculturel, vous contribuez concrètement à la construction d’un monde plus pacifique.

5 bonnes raisons d’accueillir un lycéen étranger avec AFS

La ragioni del mio voto

Il 4 dicembre finalmente si compirà il percorso di riforma costituzionale, iniziato più di due anni e mezzo fa.
Da cittadino interessato alla politica ed al futuro del Paese, ho assistito al percorso istituzionale e politico che qui ci ha condotto.

Con disagio, ho vissuto il dibattito che, negli ultimi mesi, ha avviluppato ogni cosa. È da subito scomparsa ogni analisi e riflessione sulle ragioni e sulla portata della riforma; il confronto fra le parti contrapposte è stato contrassegnato da una crescente guerriglia mediatica, combattuta da neo costituzionalisti e infervorati facinorosi. La confusione è via a via aumentata, soprattutto a discapito di chi, rivolgendosi ai mezzi di informazione tradizionali o nuovi, non tollera più il confronto urlato e, perciò, confinandolo nel disinteresse o nell’indecisione.

Premesso che non ritengo il cambiamento un valore di per se stesso come non amo il fideismo della “Costituzione più bella del mondo”, proverò a riassumere, senza presunzione alcuna, alcune delle ragioni del mio voto, del perché voterò SI.

La revisione della Carta Costituzionale riguarderà circa trenta articoli della II Parte, che riguardano l’ordinamento della Repubblica. Una riforma profonda ma che certo non darà vita ad una nuova Costituzione: rimane inalterata la I Parte, quella dei diritti fondamentali; la forma di Governo rimarrà parlamentare perciò dovrà pur sempre avere la fiducia dalla camera eletta dai cittadini;  rimane ferma la distinzione fra Poteri, inalterata l’autonomia della Magistratura.

Una riforma che ha due indirizzi principali, a mio modo di vedere, molto apprezzabili. Il primo, sta nella trasformazione del bicameralismo paritario oggi in essere (due Camere con le medesime funzioni) attuato con la trasformazione del Senato in organo di rappresentanza degli territoriali ossia Regioni e Comuni (le provincie, in virtù della riforma, dovrebbero cessare). Il secondo, sta nella nuova distribuzione delle competenze legislative, con un aumento sostanziale delle competenze attribuite in via esclusiva allo Stato centrale, passaggio rafforzato dall’introduzione della clausola di tutela dell’interesse nazionale (che riserva allo Stato la possibilità di operare anche quando la competenza è della Regione).

La riforma del processo legislativo non rappresenta un valore marginale, seppur sempre più taciuto nel dibattito. I Centri Studi di Camera e Senato, in ordine ai tempi di elaborazione legislativa, tanto di questa come della precedente legislatura, rilasciano dati sconfortanti. La riforma mi pare possa, finalmente, consegnarci un Parlamento efficiente ed efficace, ben sapendo che la qualità delle politiche sarà rimessa alle menti dei nostri rappresentanti e su questo sarà opportuno, molto presto, aprire altro tipo di riflessioni. La ripartizione delle funzioni legislative fra Stato e Regioni e il l’iter legislativo così come configurato dai novellati art. 70 e seguenti, mi pare di buon equilibrio e garanzia, consegnando al nuovo Senato un ruolo sovente determinante e, perciò, di buona prospettiva per eliminare discrasie normative all’interno del suolo italico, che non riescono ad essere armonizzate dalla Conferenza Stato e Regioni e sovente vengono affidate alla Corte Costituzionale nel giudizio di conflitto di attribuzione, con conseguenze non irrilevanti per la vita del Paese.

Anche altre modifiche determinano la portata e l’importanza della riforma che andremo ad approvare. Penso al controllo preventivo della legge elettorale da parte della Corte Costituzionali ma anche all’abbassamento de quorum referendario abrogativo allorquando vengano raccolte ottocentomila firme (il che dovrebbe disincentivare la poco democratica pratica della dissuasione al voto). Si garantirà in miglior modo la proposizione legislativa popolare: certo, aumentano il numero di firme necessarie per far approdare la proposta in Parlamento, ma dando certezza della discussione e della deliberazione. Mi pare di ulteriore garanzia istituzionale che cinque giudici costituzionali vengano eletti da Camera e Senato. In tutta sincerità, non mi pare una forzatura alla democrazia il meccanismo del “voto a data certa” ossia la corsia preferenziale concessa al Governo per l’approvazione di un disegno di legge, non qualsiasi, ma essenziale per l’attuazione del programma; l’innovazione, infatti, recepisce la prassi consolidata (e forse meglio la regolamenta) intercorrente fra Governo e Parlamento. Mi pare una conquista definitiva la nuova norma costituzionale, non di intento ma di processo, per cui le leggi che stabiliranno le modalità di elezione delle Camere, dovranno promuovere l’equilibrio tra uomini e donne nella rappresentanza (e lo stesso vale per le elezioni dei Consigli Regionali).

Penso, tuttavia, come ho avuto modo di esprimere nel corso di incontri pubblici o politici, che la vera domanda cui dobbiamo rispondere è dove ci condurrà questa riforma costituzionale. Al di là delle soluzioni adottate nel progetto di riforma, che pur condivido, la risposta a questa domanda è stata determinante nel volgermi al si.

La storia della Prima e della Seconda Repubblica, ci consegna un Parlamento che tenta di rappresentare il pluralismo partitico. La formazione degli esecutivi, anche di quelli tecnici, è avvenuto per accordo e soprattutto veti intercorso e proposti fra le varie forze politiche. Questa genesi ha determinato scelte politiche sovente timide o fragili. L’instabilità dei Governi e la scarsa capacità di agire “con sguardo lungo” e conseguentemente decidere, non hanno creato le migliori condizioni per lo sviluppo economico e la crescita di una nuove generazioni imprenditoriali. Perennemente in regime di emergenza ed eccezionalità, sovente queste scelte i nostri rappresentanti non le hanno generate, attenti ad un accampato “ben altro”, lasciando perennemente con un senso di incompiuto e provvisorio il cittadino. Quest’ultimo, via a via si è trovato sempre più lontano dai propri rappresentanti e da quei corpi intermedi, incapace di farsi ascoltare da coloro che lo avevano rappresentato nel recente passato (partiti o sindacati che fossero).

Anche per questo penso che occorra superare l’idea che via sia democrazia solo quando vi sia la plastica rappresentazione del pluralismo politico (dove il Parlamento è frontaliero rispetto al Governo) per accogliere la formula, penso parimenti democratica, che vede la minoranza controllare ed opporsi alle scelte di una maggioranza e del suo Esecutivo. La riforma si muove verso una democrazia maggioritaria, contraddistinta dalla capacità di dotare il paese di Governi stabili, con processi legislativi di maggior linearità ed efficacia, con rappresentanti responsabili dinnanzi al corpo elettorale della formulazione di programmi prima delle elezioni e della loro realizzazione, ove premiati dal voto. Penso che possa e debba essere superata la visione di una democrazia cui deve essere circoscritto e limitato, con ogni strumento, l’esercizio del potere nel timore che esso prevarichi; penso che la nostra democrazia sia matura e pronta ad affidare all’Esecutivo una controllata capacità decisionale.

La riforma costituzionale si muove in questa direzione e penso che la Costituzione che nascerà, ove approvata, dalla riforma possa veramente dar vita ad una fase positiva della nostra vita repubblicana.

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Lo spazio e le ragioni di una nuova Sinistra – A. Reichlin

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Lo scopo di questa assemblea è ridefinire lo spazio e le ragioni di una forza rinnovata della sinistra.

Ma diciamolo chiaro: ciò significa fare i conti non solo con il “rottamatore” ma con i grandissimi problemi irrisolti del Paese e che minacciano tutt’ora la sua vita democratica, il suo livello di vita, la sua sovranità. In una parola, il suo destino. C’è un grande spazio vuoto, davanti a noi. Occupiamolo.

Non nego affatto l’importanza cruciale che ha una lotta parlamentare per cambiare in meglio la legge elettorale. Vedo benissimo i danni e i pericoli che derivano da certe tendenze personalistiche e autoritarie. Ma io sento il bisogno di collocare tutto questo in un contesto e in un orizzonte più largo. E’ tempo di avere una visione più chiara delle forze reali in campo. Il problema della democrazia italiana si misura non solo su questa o quella regola costituzionale da far rispettare (anche, certamente). Ma, stiamo attenti. Siamo a un passaggio storico. Sono in discussione gli assetti sociali e la natura dei poteri di fatto: i cinesi si sono comprati anche la Pirelli e l’industria italiana va scomparendo. Insomma, è con le reali classi dirigenti che bisogna cominciare a fare i conti: cosa che da molti anni non facciamo. Questa è la sinistra. Smettiamola di dividerci tra “duri” e “molli”.

Insomma: come si cambia l’Italia? C’è bisogno di qualcosa di più di un emendamento a un programma di governo. Sento la necessità di una svolta. Intendendo con ciò un’iniziativa in grado di far fronte a qualcosa di analogo alla famosa “crisi di fine secolo”. Il 1901. Quando anche allora la sorte di quello che era il giovane Stato italiano si trovò di fronte a un bivio: ripiegare su un assetto autoritario monarchico, il cosiddetto “ritorno allo Statuto” (albertino) oppure mettere da parte i generali, smetterla di affrontare la nascente “questione sociale” a cannonate e imboccare decisamente la via di una democrazia parlamentare moderna. Fu l’avvento di Giolitti. Egli andò al governo e procedette subito con il riconoscimento dei sindacati, l’intesa con Turati, la neutralità dello Stato e della polizia nei conflitti sociali. Non fu una rivoluzione bolscevica. Ma l’Italia “cambiò verso”: in pochi anni ci fu la creazione del “triangolo industriale”, la Banca mista, la nazionalizzazione delle ferrovie, le assicurazioni generali, ecc. Poco dopo venne il suffragio universale.

Anche adesso l’Italia ha bisogno di “cambiare verso”. Ha ragione Matteo Renzi.

Solo che lui non mi sembra in grado di farlo. Il punto è questo. Sta qui il ruolo della sinistra del PD. Ma da dove ripartire? Io credo che la posizione più forte è pur sempre quella di ripartire dall’Italia. Da ciò che costituisce – in questo difficile passaggio storico – il suo problema vitale, decisivo. Tutti chiedono una svolta, ma di che natura e rispetto a che cosa?

Io penso che si tratti di ripensare il tipo di sviluppo dell’organismo nazionale, e non parlo solo di alcune strutture fondamentali, ma dello Stato inteso anche come il nostro modo di stare insieme tra lombardi e siciliani. Un problema -io penso- che non viene dopo (e quindi mai) rispetto alla pur necessaria riforma del sistema elettorale. Ma insieme. Un “punto a capo”. Non una rivoluzione bolscevica, per carità, ma -l’ho già detto- qualcosa di analogo alla “svolta” del 1901. La novità e le cause non di breve periodo della crisi della democrazia.
E’ con la grandezza di un grandissimo problema nazionale che la sinistra di oggi non è riuscita a misurarsi. Parlo del passaggio di 20-30 anni fa quando furono le sfide del nuovo mondo che spazzarono via i grandi partiti della Prima Repubblica. I giudici vennero dopo e compirono l’opera. E l’inizio del ristagno e della riduzione del nostro apparato produttivo che è cominciato allora, ben prima della crisi mondiale. E ciò per tante ragioni internazionali che sappiamo. Ma prendendo coscienza del peso decisivo che ha avuto l’accettazione anche da parte della sinistra del “pensiero unico”, la corsa spensierata non tanto verso le privatizzazioni quanto verso la marginalizzazione delle funzioni dirigenti del Pubblico (non parlo solo dello Stato). Il tutto in nome di una fiducia illusoria nel mercato. Siamo diventati liberali. Il paese affidava a noi un potere enorme: dai comuni alle regioni al governo, tutto o quasi. Ma abbiamo smantellato la “economia mista”. Eppure si è visto che l’Italia è nata ed è una “economia mista” e che non è in grado di rispondere alla sfida cruciale dell’innovazione e del nuovo salto tecnologico e antropologico senza un ridisegno dei suoi fondamentali a cominciare dal modo in cui si formano il potere e l’accumulazione. Non si va da nessuna parte se non si parte dalla formazione e dalla condizione giovanile. Se non si mette in campo una nuova idea della funzione del Pubblico e quindi se non si difende la qualità del lavoro. E soprattutto se non si avvia una stagione politica ispirata all’idea che la scelta di fondo per la ricostruzione non è un “uomo solo al comando” ma un grande patto per l’inclusione sociale; il quale non escluda affatto l’impresa produttiva. E senza una consapevolezza di che cos’è l’Europa come vincolo non solo economico ma politico.
Questo è il grande limite di Renzi. E’ questo “cambiare verso” che lui non vuole o non sa fare. Aggiungiamo a tutto questo gli effetti davvero devastanti, materiali e morali del decennio berlusconiano. E in più il degrado della politica, lo spettacolo indecoroso della vita parlamentare che appare ormai agli italiani come un luogo di schiamazzi inconcludenti. Ci rendiamo conto allora di quale vuoto politico e morale si è creato negli anni.

Un vuoto enorme, senza precedenti, certo non riempito da esperienze deludenti come quelle dei “tecnici” alla Monti. Come può una forza di sinistra ritrovare un suo cammino se non riesce a creare una connessione sentimentale e politica profonda con questo popolo reso così scettico e smarrito per le ragioni accennate e che da anni assiste alle lotte intestine di una sinistra che si limita a gestire l’esistente? Se, insomma, non avanziamo una risposta finalmente seria rispetto all’attuale stato delle cose? Insisto. Non è possibile ritrovare un’egemonia se non partiamo dal fatto che il paese percepisce che questa non è una crisi come tante altre. La gente capisce che l’Italia vive in una sorta di “stato d’eccezione”. Avverte che siamo al rischio di cedimento di strutture fondamentali della reale “costituency”. E quindi che possiamo non riuscire più a rifinanziare il debito pubblico, nè a governare il crescente divario economico ma anche civile e culturale tra il Nord e il Mezzogiorno. Si rende conto che diventa difficile rimanere nel gruppo di testa dei paesi più avanzati se lo sfilacciamento delle strutture pubbliche, sia amministrative che giudiziarie, è tale da non combattere ma alimentare la corruzione, il metodo mafioso, il sopruso impunito, il peso delle rendite. Noi non andiamo lontano se non interpretiamo noi il bisogno di “un punto a capo”. E’ inutile dividersi tra duri e molli. La situazione è quella che è.

Il paese è in condizioni tali da non sopportare rotture del fragile equilibrio democratico pena il rischio di pericolose avventure. Eppure una svolta è più che mai necessaria e questo tema va posto in tutta la sua grandezza. E’ in questa situazione che si apre lo spazio per una sinistra nuova. Ma la condizione è che essa smetta di dividersi ed elabori una proposta politica chiaramente di tipo ricostruttivo, concreta, socialmente inclusiva e su una linea aperta, di centro-sinistra. Contro l’oligarchia corrotta che ci governa da sempre. Non bastano gli emendamenti. Al cuore di tutto ci deve essere un messaggio alto di valori rivolto soprattutto ai giovani, la capacità di rappresentare nuove aspirazioni. Del resto non invento niente. Quando mai una forza nuova di sinistra si è affermata se anche prima di essere diventata una matura forza di governo non si è palesata come un movimento reale nella società e come l’affacciarsi di una nuova cultura? Le idee contano. Tiriamole fuori.

Alfredo Reichlin
Roma, 21 marzo ‘015