Don Nino

Ho scritto questo racconto senza pretesa alcuna.
Ho incollato pezzi di tante cose di me: persone, ricordi, immagini, parole, senza nessuna strategia e modellistica narrativa.
Borges diceva: “Uno scrittore deve abbandonarsi al piacere di sognare, di scrivere; anche se ciò fosse imprudente. Però chissà che la massima felicità non sia la lettura.”
Ecco, dopo essere stato veramente imprudente, ritornerò a leggere.
Voi portate pazienza.

 

Era un caldo impossibile, mai come quest’anno.
Anche i contadini costumati ai lavori al sole, ora sudavano all’ombra, vicino al fresco che veniva su dal pozzo.
Senza timore della malalingua del vicino, si andava tardi nei campi, per quel poco che c’era ancora da fare prima della vendemmia.
Il padrone non se ne aveva a male con noi mezzadri, sapeva che quando sarebbe stato il momento non ci saremmo tirati indietro.
Alla sera si andava a ballare in qualche festa, su una collina, in onore di qualche santo.
Il paese intero sembrava sonnecchiare; i rumori per le vie, rari, erano rotti solo dallo schiamazzo dei bambini.
Neanche la polvere si alzava dal selciato di ghiaia e terra.
Tutto immobile.
In quei giorni arrivò Nino, un po’ inaspettato.
Ci aveva sempre scritto che sarebbe tornato a salutarci, me e la zia, che ci voleva bene.
Io sapevo che fino a quando il seminario non gli avesse messo addosso il vestito da prete, quello con i bottoni rossi, sarebbe stato difficile rivederlo.
Volevano essere sicuri di strani ripensamenti nella vocazione.
Ma adesso era lì, Nino stava camminando davanti a me sul sentiero, quasi saltellando sui piedi, come faceva sempre lui.
Lì dove la strada curva, che poi sale alle vigne, si ferma e guarda il rio sotto.
Era piccolo quando un giorno si fermò lì a guardare un fiore, blu. Lo punge una vespa.
Ma Nino non piange, no davvero, ma tutto serio dice, fregandosi il braccio:
“Quando tu sarai Nino e io vespa, anche io ti pungerò!”
L’ho cresciuto io, Nino.
Suo padre, mio fratello, tornato malato dalla guerra, è morto pochi mesi dopo.
Sua madre l’abbiamo dovuta portare all’ospedale, l’anno dopo. Quando è morta, ho preso Nino con me.
Noi non avevamo avuto la fortuna di avere un culla per casa. Allora il Signore, nella disgrazia, mi aveva portato sull’uscio di casa quel ragazzo, i capelli neri di suo padre e le lentiggini della madre.
Prima era sempre con me, poi è andato a scuola.
Un giorno Don Piero mi ha chiamato: che portassi Giovanni al collegio, dai preti.
Nino diceva no, che non voleva, che sarebbe scappato tutti i giorni, che voleva diventare contadino come me e fare anche il soldato come papà.
Neanch’io volevo portarlo laggiù, ma poi ho avuto paura di non pensare solo al suo bene, di farlo per me, per tenermelo vicino.
Maria piangeva e con gli occhi mi chiedeva di tenerlo a casa.
Avevo chiesto consiglio anche al nostro padrone, una domenica che era salito in paese.
Era vero quello che diceva Don Piero? E lui mi aveva risposto:
Quale vita può essere meglio di quella spesa al servizio di Dio?
E poi al collegio avrebbe avuto di sicuro da mangiare tutti i giorni, avrebbe dormito al caldo, sarebbe tornato casa coi bottoni rossi sul vestito da prete.
Non gli sarebbe mancato nulla.
Aveva forse ragione. Non come a casa con la zia che quando mancava una cosa diceva:
“Non hai che da comperare!”
Poi quando sentiva il prezzo si spaventava e non voleva comperare più nulla.
Così l’ho portato.
Gli ho detto che andavamo a trovare lo zio Aurelio e lui era partito senza sospetti e durante il viaggio saltellava, guardava e commentava tutto.
Come sempre.
Il collegio era grande e tutto bianco, le camere con due letti, avrebbe avuto un amico.
Davanti c’era un cortile per i giochi, un campo da calcio, che era piaciuto tanto a Nino.
Ma quando al momento di partire, gli ho detto che lui doveva restare, mi ha guardato smarrito, la zia piangeva nel fazzoletto, si è buttato per terra, mi diceva di no.
Me lo volevo riprendere il mio Nino, lo riportavo a casa con me e con la zia.
Avrebbe fatto il contadino e avremmo tirato avanti lo stesso.
Ma Don Piero ha accompagnato la zia al portone, a me ha detto che era peccato portare via un servo dalla casa di Dio.
Forse era un peccato lasciarlo lì, fra quei muri bianchi come l’ospedale dove era morta sua madre. Bestemmiai, per vendetta.
Dopo sei mesi, Nino ha scritto la sua prima lettera, con quelle O così grosse e diceva che stava bene.
Però io sono uscito e sono andato a piangere nel granaio.
La vita era stata dura, le annate erano state un seguito di imprevisti e malanni, a noi e alla campagna. Ma ora stavamo bene, non mancava nulla e il prezzo della roba non ci spaventava più.
Eravamo soli, questo si. Ma oggi è venuto a trovarci.
Sono passati dieci anni da quando l’avevo lasciato in collegio.
Ci siamo seduti fuori, per il caldo.
Maria aveva spostato la panca sotto il prugno e avava messo dei cuscini per rendere la seduta meno scomoda, un tavolino con una bottiglia di acqua fresca e i bicchieri del corredo con le foglie di menta.
Per un po’ Nino è stato zitto, giocava coi bottoni rossi del vestito.
Io l’ho guardato tanto, mi sembrava diverso, ma poi quando ha cominciato a parlare è diventato quello di una volta.
Nino rideva con tutti i denti, ancora, e quelle lentiggini sembravano corrergli sul viso.
I capelli erano corti ma neri e duri come il fil di ferro.
Adesso portava gli occhiali, ma con la montatura fine, rotonda.
“Zia, siete mai andata al cinematografo? Dovreste prendervi qualche svago”.
A me veniva da ridere, lui così serio e lei, rossa come una mela renetta.
Maria non piangeva più e ad Attilio della bottega raccontava di suo figlio, che stava per diventare prete.
Suo figlio.
E poi Nino, a me ha chiesto se non avevo mai visto una partita di pallone, a me.
Poi mi ha raccontato delle sue partite in collegio, dove facevano le squadre ed una era sempre del Torino e giocavano anche con il vestito lungo ma non potevano cadere.
Ma proprio quello che non potevo aspettarmi è capitato al momento della partenza.
Ci eravamo già salutati, ma lui, quando è stato a metà della scala di casa, si è girato, mi ha guardato è ritornato su e mi ha dato un bacio.
A me.
Poi sono andato con Maria sul balcone e l’ho guardato ancora mentre andava via.
Forse non l’avrei più rivisto, Nino.
Maria voleva vedere quando lo consacravano oppure a una sua messa.
Avrebbe finito il liceo e sarebbe diventato prete, chissà il clero dove l’avrebbero mandato. Magari lontano.
Nino scrisse sempre, una volta al mese.
Erano lettere lunghe e Maria che era più brava a leggere me le spiegava anche. Io riuscivo a immaginare sempre tutto, come se lo vedessi.
Una volta mandò anche una foto, era insieme agli amici del ginnasio e beveva a una fontana, in montagna.
Lei la consumò quella fotografia. La mise nella vetrinetta appoggiata ai bicchieri e non c’era volta che passando non girasse lo sguardo.
Nino era tutto. Diceva Maria, era la vita che non si consumava su quella collina. Lui avrebbe visto il mondo.
Era una testa fine, dicevano di lui.
Finito il liceo chiese di poter seguire i corsi di Fisica. La cosa non fu gradita, ci disse in una lettera.
Il rettore era arrabbiato, non aveva detto di no ma gli aveva fatto capire a chiare lettere che ci sarebbero state delle conseguenze.
Nino si consacrò in Cattedrale e zia Maria andò a vederlo, prese la littorina insieme a Don Piero.
Io no, dissi che non potevamo lasciar casa sguarnita. Ma non era vero, non avevo il coraggio.
L’avrei perso quel giorno, non sarebbe più stato mio. Arruolato nell’esercito di Cristo. Maria mi raccontò che c’era tanta gente e che era tanto il fumo dell’incenso che tutti tossirono anche finita la messa.
Nino per la prima volta ci scrisse dopo alcuni mesi.
Era stato mandato a fare il parroco in un piccolo paese, di contadini, gnucchi come noi. Era stato mandato lì a sostituire un Monsignore che era morto da poco.
Nino ci disse che la canonica era fredda ed umida e la chiesa cadeva a pezzi. Era stato mandato lì per punizione, per aver osato studiare roba che era già spiegata dalla Bibbia.
Disse che stava bene e che la gente gli volva bene e che era ritornata a messa, che c’erano tanti ragazzi e bambini.
Maria invecchiava, io anche.
Ci mancavano le forze per lavorare la terra e i mezzadri, si sa, devono rendere.
Il nostro padrone era un avvocato, un signore. Veniva dalla città, ogni tanto, a trovarci e a prender conto. Arrivava con l’Anglia e la buttava all’ombra e andava a piedi.
Lo vedevamo arrivare, quando se ne veniva a piedi dal paese, con quei suoi lunghi passi, un po’ sghembi, le mani dietro la schiena, l’aria fra il curioso e l’indifferente, il sorriso sempre furbo.
Un vecchio paio di scarponi da montagna, ci ballavano dentro i suoi i garretti nudi, impolverati. Ed un unico cappello, senza forma, ammaccato, dal colore indefinibile, fra il marrone ed il grigio, il colore della fanga.
Capitava di trovarlo quando tornava dalle vigne, che fumava dal sudore della fatica, una borsa in spalla. Dalle tasche ne uscivano due fichi, un caco o delle castagne e me le offriva con quella sua ruvida galanteria, quando ci sedevamo sulla capezzagna, a vedere la valle sotto.
Ci voleva bene, voleva bene a Nino. Neanche lui aveva avuto figli. Sapemmo che fu lui, facendosi passare per un lontano zio, a pagargli il vitto, l’alloggio e l’università, lasciando una bella mancia al Rettore.
Non aveva nessuno che si prendesse cura di lui. C’era stata una sorella, ma vecchie questioni di eredità ne avevano separato i patrimoni ed anche le vite. Dicono che ci fosse stata una donna, giovane ed innamorata, ma alla fine lei aveva scelto di andare. Altri dicono che morì di tifo.
Smise di fare l’avvocato e tornò, da solo, nella vecchia casa padronale, con i sacchi di grano e gli attrezzi nelle stanze del piano terreno.
Un’infilata di sale e salette, con la tappezzeria macchiata d’umidità. C’era odore di chiuso. Se cercavi di aprire una persiana, il legno scricchiolava, ballavano le stecche, sembravano voler saltare via. Piena di polvere, una madia portava bricchi da caffè, teiere, piatti, tutti appannati, grigi. Ma erano d’argento inglese, bellissimi.
Pretendeva che si lavorasse la terra come avevano fatto suo padre e suo nonno e anche prima.
Mangiava come capitava, buttandosi a dormire, magari vestito, per il freddo o aspettando una levataccia o il parto nella stalla. Sempre pronto, dopo una giornata passata a sfangare fra le vigne e una serata in paese, fra amici, all’oratorio a giocare a carte.
Fausto, così si chiamava, era solitario di pensiero ma ovunque vi fosse compagnia.
Una domenica mattino mi chiamarono, mentre ero a messa.
Il capino da uccello pareva più scheletrito, secco e quel livido sulla fronte se l’era procurato battendo contro lo spigolo del tavolo dello studio.
Una morte fulminea ma misericordiosa aveva portato via il mio padrone, il vecchio avvocato dal nome strano.
Nino tornò per dir la messa della sepoltura e pianse durante l’omelia.
Ci raccontò, a cena, delle sue visite in seminario e delle passeggiate di domenica, per le piazze della città, delle chiacchiere e delle lunghe discussioni sulla fisica e su Dio.
Raccontava del nostro lavoro, di noi, del paese.
“Sapevo tutto” disse Nino.
Dopo poche settimane arrivò una lettera del notaio, ci convocava.
Nel testamento, l’avvocato nominava eredi universali me e Maria, a condizione che vendessimo tutto nel giro di un anno e che ci trasferissimo da Nino. Maria avrebbe fatto la perpetua e io gli avrei tenuto l’orto, diceva.
Mi sentivo morire a lasciar quella terra ma facemmo come detto e ce ne andammo.
Caricai tutto il mobilio, tutta la nostra vita sul camion e partimmo un lunedì mattina. Lei piangeva e rideva che sembrava una bambina, sembrava matta. Ero felice per lei, mi veniva il cuore in gola.
La vita le restiuiva Nino.
Il suo Nino.

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