Vino e lingua. Al Forteto della Luja (Loazzolo – Asti), nell’ambito del Fuori Festival di Classico, si parla di dialoghi e linguaggi contemporanei

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Per la seconda volta il Forteto della Luja, l’azienda vinicola di Loazzolo (Asti), consotta dalla famiglia Scaglione, nel cuore della zona di produzione del Loazzolo doc, vendemmia tardiva a base moscato, la più piccola doc d’Italia con un pugno di produttori compresi in meno di 6 ettari, ospita una tappa autunnale del Fuori Festival di Classico, la rassegna dedicata alla lingua italiana, di cui è direttore artistico lo scrittore e autore radiofonico Marco Drago, che si fa a Canelli e in alcuni paesi vicini. Lo scorso anno si parlò di Umberto Eco con testimonianze e video. Quest’anno l’appuntamento è per il 7 e 8 ottobre. Un gruppo di linguisti e semiologi parlerà su come si è modificato il dialogo e il linguaggio oggi.
Qui di seguito il programma degli incontri che si terranno a due passi dall’oasi del WWF che ha al centro la cascina del Forteto della Luja a cui seguiranno degustazioni dei vini del Forteto e di prodotti tipici.

Sabato 7 e domenica 8 ottobre a Loazzolo (Asti) torna il Fuori festival di Classico 2017 

Al Forteto della Luja si parla di dialogo e linguaggi della contemporaneità. In programma quattro mini-convegni, validi anche come corsi di aggiornamento per gli insegnanti delle scuole secondarie

Il gergo dei giovani è davvero una lingua a sé? In che modo dialoga la Chiesa oggi, con i propri fedeli, con le altre confessioni e le altre religioni? Tutti i giorni, tutto il giorno, stiamo sui social e parliamo, scriviamo, commentiamo, rispondiamo: gusto della convivialità o spietata caccia al like? Quando sembriamo non dire nulla – perché non possiamo, non vogliamo o non sappiamo cosa dire – cosa diciamo in realtà?

Sono questi alcuni dei quesiti traccia al centro di una due giorni intitolata “Dialogo e Linguaggi della Contemporaneità” inserita nel programma Fuori Festival di Classico, la rassegna dedicata alla lingua italiana omaggio al linguista canellese Giambattista Giuliani, che ha la sua terra d’elezione a Canelli, ma che propone eventi anche nei centri vicini.

E, infatti, la due giorni in questione si terrà il 7 e 8 ottobre a Loazzolo, paese agricolo sulla Langa Astigiana, a due passi da Canelli, nello splendido scenario del Forteto della Luja, l’azienda vitinicola condotta dalla famiglia Scaglione, al centro di una splendida oasi naturale del WWF che comprende oltre 100 ettari di boschi.

Previsti quattro eventi ideati, organizzati e condotti in accordo con cinque studiosi di settore: Gabriele Marino (semiologo), Ilaria Fiorentini, Caterina Mauri, Emanuele Miola (linguisti) e Simona Santacroce (secentista e studiosa delle religioni). Tutti gli interventi saranno incentrati sui diversi valori e sulle diverse forme del dialogo nella contemporaneità.

I quattro eventi sono stati inseriti nel programma dei corsi di aggiornamento per insegnati: la partecipazione, infatti, dà diritto a crediti formativi per tutti i docenti della Scuola Secondaria di Primo e Secondo grado.

Al termine di ciascuna relazione è previsto un aperitivo con prodotti di Langa e la degustazione dei vini del Forteto della Luja.

Qui di seguito il programma in dettaglio.

SABATO 7 OTTOBRE – DALLE 17.00 ALLE 19.00

Emanuele Miola

Parlare tra generazioni. Il giovanilese è davvero una lingua diversa?

La “lingua dei giovani” è davvero incomprensibile e sgrammaticata, e quindi peggiore di quella che gli adulti parlano tutti i giorni o che si parlava cinquant’anni fa? Quei tecnicismi barbari che fanno rabbrividire genitori e insegnanti, quei simboli incomprensibili, quell’ortografia in libertà con cui i ragazzi comunicano su Internet e nei social network indicano davvero il declino dell’italiano? E quali sono i fenomeni sociali e psicologici che fanno sì che il modo di esprimersi cambi senza che le persone smettano di comprendersi? La lingua non è un oggetto unico e cristallizzato, ma un continuum di varietà, ordinate dal punto di vista sociale, i cui costanti e diseguali sommovimenti si spiegano nella dialettica tra errore, innovazione, uso e pertinenza.

Simona Santacroce
Il popolo di Dio in dialogo. Quali lingue per la Chiesa oggi?
“Quale lingua, quale liturgia e per quale chiesa?”. È questa una domanda su cui la cristianità si interroga da secoli. Nel XX secolo il Concilio Vaticano II sembra porre fine alla questione, almeno per la Chiesa cattolica. Ma è proprio così? Il latino è diventato davvero lingua morta anche per la chiesa? E come rispondere alle esigenze di vecchie e nuove comunità che vogliono parlare a Dio nella propria lingua, che sia lingua di immigrazione o dialetto? Anche oggi, come fu secoli fa, la lingua della Chiesa può diventare seme di discordia per i popoli di Dio, ma soprattutto oggi, può diventare occasione di vero dialogo interculturale.

DOMENICA 8 OTTOBRE – DALLE 11.00 ALLE 13.30

Gabriele Marino

È #virale. Quali sono le forme della convivialità online?

Cos’hanno in comune hashtag, faccine, video “che hanno commosso il Web”, la gif di John Travolta confuso, il Generatore automatico di post di Salvini, la bufala del ministro Kyenge che vuol dare in pasto i gattini italiani agli immigrati, il parrucchino di Donald Trump? Niente e tutto: sono le cose di cui parliamo – anzi, le cose che parliamo – quando siamo online. Stiamo online non solo e non tanto per scambiarci informazioni o contenuti, quanto piuttosto per dirci gli uni gli altri che ci siamo, che esistiamo, stiamo online per contarcela, per perdere tempo, assieme, ciascuno a suo modo, disegnando comunità effimere e fortissime. Gli studiosi la chiamano componente fàtica della comunicazione: come quando al telefono annuiamo con un mugugno per far capire all’interlocutore che lo stiamo ascoltando. Nel cortile globale delle bacheche social si dialoga, si sta assieme e si diventa comunità anche solo commentando La stessa foto di Toto Cutugno ogni giorno.

Ilaria Fiorentini e Caterina Mauri

Eccetera eccetera. Che cosa diciamo quando non diciamo niente?

Tra le espressioni che utilizziamo quando vogliamo evitare di dire qualcosa, eccetera è probabilmente la più diffusa. Le sue funzioni sono molteplici: può servire a troncare una lunga citazione; può essere inserito alla fine di un elenco; può alludere a una conoscenza condivisa da entrambi gli interlocutori; infine, può sostituire una o più parole ritenute sconvenienti. Eccetera è un segnale che rimanda esplicitamente all’implicito, al non detto, attraverso il quale colmiamo dei silenzi che sono assenze di forme, ma non di significato. In letteratura come nella lingua di tutti i giorni, nel parlato e nello scritto, eccetera ci aiuta a dire molto, permettendoci di non dire niente.

Sapori del Piemonte – FILIPPO LARGANA’ (leggi qui)

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Sulle esperienze di studio all’estero

AFS

Accueillir un jeune issu des cinq continents sous votre toit est une expérience unique riche en émotions. Voici 5 bonnes raisons qui vous décideront :

1. Ouvrez-vous au monde. Être famille d’accueil, c’est découvrir la culture d’un jeune venu d’un pays étranger. Chacun apprend et se nourrit de la culture de l’autre. Un bon moyen d’élargir votre horizon par-delà les frontières.

2. Partagez votre culture. Les lycéens accueillis sont avides de découvertes. Ils veulent apprendre notre langue et comprendre notre culture. À travers leur regard, vous redécouvrez la France et son patrimoine.

3. Devenez une famille internationale. Une relation unique se crée entre vous et le jeune que vous accueillez. Les liens d’amitié qui naissent avec AFS durent souvent toute la vie. D’innombrables possibilités de rencontres et d’échanges en France et dans le monde s’ouvrent à vous.

4. Intégrez une association reconnue. L’accueil bénévole est un principe hérité des fondateurs d’AFS et mis en pratique par plus de 200 000 familles depuis plus de 65 ans. Accompagnés par un réseau de bénévoles expérimentés, vous êtes suivis tout au long de cette aventure.

5. Oeuvrez pour un monde meilleur. En devenant famille d’accueil, vous adhérez aux valeurs de respect et de tolérance. À travers l’organisation d’échanges internationaux à caractère éducatif et interculturel, vous contribuez concrètement à la construction d’un monde plus pacifique.

5 bonnes raisons d’accueillir un lycéen étranger avec AFS

Lo spazio e le ragioni di una nuova Sinistra – A. Reichlin

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Lo scopo di questa assemblea è ridefinire lo spazio e le ragioni di una forza rinnovata della sinistra.

Ma diciamolo chiaro: ciò significa fare i conti non solo con il “rottamatore” ma con i grandissimi problemi irrisolti del Paese e che minacciano tutt’ora la sua vita democratica, il suo livello di vita, la sua sovranità. In una parola, il suo destino. C’è un grande spazio vuoto, davanti a noi. Occupiamolo.

Non nego affatto l’importanza cruciale che ha una lotta parlamentare per cambiare in meglio la legge elettorale. Vedo benissimo i danni e i pericoli che derivano da certe tendenze personalistiche e autoritarie. Ma io sento il bisogno di collocare tutto questo in un contesto e in un orizzonte più largo. E’ tempo di avere una visione più chiara delle forze reali in campo. Il problema della democrazia italiana si misura non solo su questa o quella regola costituzionale da far rispettare (anche, certamente). Ma, stiamo attenti. Siamo a un passaggio storico. Sono in discussione gli assetti sociali e la natura dei poteri di fatto: i cinesi si sono comprati anche la Pirelli e l’industria italiana va scomparendo. Insomma, è con le reali classi dirigenti che bisogna cominciare a fare i conti: cosa che da molti anni non facciamo. Questa è la sinistra. Smettiamola di dividerci tra “duri” e “molli”.

Insomma: come si cambia l’Italia? C’è bisogno di qualcosa di più di un emendamento a un programma di governo. Sento la necessità di una svolta. Intendendo con ciò un’iniziativa in grado di far fronte a qualcosa di analogo alla famosa “crisi di fine secolo”. Il 1901. Quando anche allora la sorte di quello che era il giovane Stato italiano si trovò di fronte a un bivio: ripiegare su un assetto autoritario monarchico, il cosiddetto “ritorno allo Statuto” (albertino) oppure mettere da parte i generali, smetterla di affrontare la nascente “questione sociale” a cannonate e imboccare decisamente la via di una democrazia parlamentare moderna. Fu l’avvento di Giolitti. Egli andò al governo e procedette subito con il riconoscimento dei sindacati, l’intesa con Turati, la neutralità dello Stato e della polizia nei conflitti sociali. Non fu una rivoluzione bolscevica. Ma l’Italia “cambiò verso”: in pochi anni ci fu la creazione del “triangolo industriale”, la Banca mista, la nazionalizzazione delle ferrovie, le assicurazioni generali, ecc. Poco dopo venne il suffragio universale.

Anche adesso l’Italia ha bisogno di “cambiare verso”. Ha ragione Matteo Renzi.

Solo che lui non mi sembra in grado di farlo. Il punto è questo. Sta qui il ruolo della sinistra del PD. Ma da dove ripartire? Io credo che la posizione più forte è pur sempre quella di ripartire dall’Italia. Da ciò che costituisce – in questo difficile passaggio storico – il suo problema vitale, decisivo. Tutti chiedono una svolta, ma di che natura e rispetto a che cosa?

Io penso che si tratti di ripensare il tipo di sviluppo dell’organismo nazionale, e non parlo solo di alcune strutture fondamentali, ma dello Stato inteso anche come il nostro modo di stare insieme tra lombardi e siciliani. Un problema -io penso- che non viene dopo (e quindi mai) rispetto alla pur necessaria riforma del sistema elettorale. Ma insieme. Un “punto a capo”. Non una rivoluzione bolscevica, per carità, ma -l’ho già detto- qualcosa di analogo alla “svolta” del 1901. La novità e le cause non di breve periodo della crisi della democrazia.
E’ con la grandezza di un grandissimo problema nazionale che la sinistra di oggi non è riuscita a misurarsi. Parlo del passaggio di 20-30 anni fa quando furono le sfide del nuovo mondo che spazzarono via i grandi partiti della Prima Repubblica. I giudici vennero dopo e compirono l’opera. E l’inizio del ristagno e della riduzione del nostro apparato produttivo che è cominciato allora, ben prima della crisi mondiale. E ciò per tante ragioni internazionali che sappiamo. Ma prendendo coscienza del peso decisivo che ha avuto l’accettazione anche da parte della sinistra del “pensiero unico”, la corsa spensierata non tanto verso le privatizzazioni quanto verso la marginalizzazione delle funzioni dirigenti del Pubblico (non parlo solo dello Stato). Il tutto in nome di una fiducia illusoria nel mercato. Siamo diventati liberali. Il paese affidava a noi un potere enorme: dai comuni alle regioni al governo, tutto o quasi. Ma abbiamo smantellato la “economia mista”. Eppure si è visto che l’Italia è nata ed è una “economia mista” e che non è in grado di rispondere alla sfida cruciale dell’innovazione e del nuovo salto tecnologico e antropologico senza un ridisegno dei suoi fondamentali a cominciare dal modo in cui si formano il potere e l’accumulazione. Non si va da nessuna parte se non si parte dalla formazione e dalla condizione giovanile. Se non si mette in campo una nuova idea della funzione del Pubblico e quindi se non si difende la qualità del lavoro. E soprattutto se non si avvia una stagione politica ispirata all’idea che la scelta di fondo per la ricostruzione non è un “uomo solo al comando” ma un grande patto per l’inclusione sociale; il quale non escluda affatto l’impresa produttiva. E senza una consapevolezza di che cos’è l’Europa come vincolo non solo economico ma politico.
Questo è il grande limite di Renzi. E’ questo “cambiare verso” che lui non vuole o non sa fare. Aggiungiamo a tutto questo gli effetti davvero devastanti, materiali e morali del decennio berlusconiano. E in più il degrado della politica, lo spettacolo indecoroso della vita parlamentare che appare ormai agli italiani come un luogo di schiamazzi inconcludenti. Ci rendiamo conto allora di quale vuoto politico e morale si è creato negli anni.

Un vuoto enorme, senza precedenti, certo non riempito da esperienze deludenti come quelle dei “tecnici” alla Monti. Come può una forza di sinistra ritrovare un suo cammino se non riesce a creare una connessione sentimentale e politica profonda con questo popolo reso così scettico e smarrito per le ragioni accennate e che da anni assiste alle lotte intestine di una sinistra che si limita a gestire l’esistente? Se, insomma, non avanziamo una risposta finalmente seria rispetto all’attuale stato delle cose? Insisto. Non è possibile ritrovare un’egemonia se non partiamo dal fatto che il paese percepisce che questa non è una crisi come tante altre. La gente capisce che l’Italia vive in una sorta di “stato d’eccezione”. Avverte che siamo al rischio di cedimento di strutture fondamentali della reale “costituency”. E quindi che possiamo non riuscire più a rifinanziare il debito pubblico, nè a governare il crescente divario economico ma anche civile e culturale tra il Nord e il Mezzogiorno. Si rende conto che diventa difficile rimanere nel gruppo di testa dei paesi più avanzati se lo sfilacciamento delle strutture pubbliche, sia amministrative che giudiziarie, è tale da non combattere ma alimentare la corruzione, il metodo mafioso, il sopruso impunito, il peso delle rendite. Noi non andiamo lontano se non interpretiamo noi il bisogno di “un punto a capo”. E’ inutile dividersi tra duri e molli. La situazione è quella che è.

Il paese è in condizioni tali da non sopportare rotture del fragile equilibrio democratico pena il rischio di pericolose avventure. Eppure una svolta è più che mai necessaria e questo tema va posto in tutta la sua grandezza. E’ in questa situazione che si apre lo spazio per una sinistra nuova. Ma la condizione è che essa smetta di dividersi ed elabori una proposta politica chiaramente di tipo ricostruttivo, concreta, socialmente inclusiva e su una linea aperta, di centro-sinistra. Contro l’oligarchia corrotta che ci governa da sempre. Non bastano gli emendamenti. Al cuore di tutto ci deve essere un messaggio alto di valori rivolto soprattutto ai giovani, la capacità di rappresentare nuove aspirazioni. Del resto non invento niente. Quando mai una forza nuova di sinistra si è affermata se anche prima di essere diventata una matura forza di governo non si è palesata come un movimento reale nella società e come l’affacciarsi di una nuova cultura? Le idee contano. Tiriamole fuori.

Alfredo Reichlin
Roma, 21 marzo ‘015

Una riforma di Sinistra?

Una riforma di Sinistra?

diariodiundemocratico

Il Jobs Act è arrivato al traguardo venerdì scorso. Il Consiglio dei Ministri ha approvato, infatti, i primi quattro decreti attuativi della riforma del lavoro, l’approdo di un percorso iniziato poco meno di un anno fa e passato attraverso lotte sociali e sindacali, soprattutto riguardo le modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. La delega più importante tra le quattro esercitate dall’esecutivo, indubbiamente, è quella che riguarda i contratti di lavoro, con le modifiche all’applicazione delle normative sul licenziamento, sui futuri contratti, e le novità in fatto di ammortizzatori sociali. In particolare è stata l’attuazione del contratto a tutele crescenti ad aver suscitato l’interesse dell’opinione pubblica e l’accoglienza entusiastica di Confindustria. Una riforma di sinistra ha detto il nostro segretario/premier, riferendosi al contratto a tutele crescenti, che contribuirà, peraltro, ad incrementare i posti di lavoro. Fermo restando che i posti di lavoro, come ha fatto notare il presidente dei giovani…

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