Per chi la fa semplice

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Lo spazio e le ragioni di una nuova Sinistra – A. Reichlin

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Lo scopo di questa assemblea è ridefinire lo spazio e le ragioni di una forza rinnovata della sinistra.

Ma diciamolo chiaro: ciò significa fare i conti non solo con il “rottamatore” ma con i grandissimi problemi irrisolti del Paese e che minacciano tutt’ora la sua vita democratica, il suo livello di vita, la sua sovranità. In una parola, il suo destino. C’è un grande spazio vuoto, davanti a noi. Occupiamolo.

Non nego affatto l’importanza cruciale che ha una lotta parlamentare per cambiare in meglio la legge elettorale. Vedo benissimo i danni e i pericoli che derivano da certe tendenze personalistiche e autoritarie. Ma io sento il bisogno di collocare tutto questo in un contesto e in un orizzonte più largo. E’ tempo di avere una visione più chiara delle forze reali in campo. Il problema della democrazia italiana si misura non solo su questa o quella regola costituzionale da far rispettare (anche, certamente). Ma, stiamo attenti. Siamo a un passaggio storico. Sono in discussione gli assetti sociali e la natura dei poteri di fatto: i cinesi si sono comprati anche la Pirelli e l’industria italiana va scomparendo. Insomma, è con le reali classi dirigenti che bisogna cominciare a fare i conti: cosa che da molti anni non facciamo. Questa è la sinistra. Smettiamola di dividerci tra “duri” e “molli”.

Insomma: come si cambia l’Italia? C’è bisogno di qualcosa di più di un emendamento a un programma di governo. Sento la necessità di una svolta. Intendendo con ciò un’iniziativa in grado di far fronte a qualcosa di analogo alla famosa “crisi di fine secolo”. Il 1901. Quando anche allora la sorte di quello che era il giovane Stato italiano si trovò di fronte a un bivio: ripiegare su un assetto autoritario monarchico, il cosiddetto “ritorno allo Statuto” (albertino) oppure mettere da parte i generali, smetterla di affrontare la nascente “questione sociale” a cannonate e imboccare decisamente la via di una democrazia parlamentare moderna. Fu l’avvento di Giolitti. Egli andò al governo e procedette subito con il riconoscimento dei sindacati, l’intesa con Turati, la neutralità dello Stato e della polizia nei conflitti sociali. Non fu una rivoluzione bolscevica. Ma l’Italia “cambiò verso”: in pochi anni ci fu la creazione del “triangolo industriale”, la Banca mista, la nazionalizzazione delle ferrovie, le assicurazioni generali, ecc. Poco dopo venne il suffragio universale.

Anche adesso l’Italia ha bisogno di “cambiare verso”. Ha ragione Matteo Renzi.

Solo che lui non mi sembra in grado di farlo. Il punto è questo. Sta qui il ruolo della sinistra del PD. Ma da dove ripartire? Io credo che la posizione più forte è pur sempre quella di ripartire dall’Italia. Da ciò che costituisce – in questo difficile passaggio storico – il suo problema vitale, decisivo. Tutti chiedono una svolta, ma di che natura e rispetto a che cosa?

Io penso che si tratti di ripensare il tipo di sviluppo dell’organismo nazionale, e non parlo solo di alcune strutture fondamentali, ma dello Stato inteso anche come il nostro modo di stare insieme tra lombardi e siciliani. Un problema -io penso- che non viene dopo (e quindi mai) rispetto alla pur necessaria riforma del sistema elettorale. Ma insieme. Un “punto a capo”. Non una rivoluzione bolscevica, per carità, ma -l’ho già detto- qualcosa di analogo alla “svolta” del 1901. La novità e le cause non di breve periodo della crisi della democrazia.
E’ con la grandezza di un grandissimo problema nazionale che la sinistra di oggi non è riuscita a misurarsi. Parlo del passaggio di 20-30 anni fa quando furono le sfide del nuovo mondo che spazzarono via i grandi partiti della Prima Repubblica. I giudici vennero dopo e compirono l’opera. E l’inizio del ristagno e della riduzione del nostro apparato produttivo che è cominciato allora, ben prima della crisi mondiale. E ciò per tante ragioni internazionali che sappiamo. Ma prendendo coscienza del peso decisivo che ha avuto l’accettazione anche da parte della sinistra del “pensiero unico”, la corsa spensierata non tanto verso le privatizzazioni quanto verso la marginalizzazione delle funzioni dirigenti del Pubblico (non parlo solo dello Stato). Il tutto in nome di una fiducia illusoria nel mercato. Siamo diventati liberali. Il paese affidava a noi un potere enorme: dai comuni alle regioni al governo, tutto o quasi. Ma abbiamo smantellato la “economia mista”. Eppure si è visto che l’Italia è nata ed è una “economia mista” e che non è in grado di rispondere alla sfida cruciale dell’innovazione e del nuovo salto tecnologico e antropologico senza un ridisegno dei suoi fondamentali a cominciare dal modo in cui si formano il potere e l’accumulazione. Non si va da nessuna parte se non si parte dalla formazione e dalla condizione giovanile. Se non si mette in campo una nuova idea della funzione del Pubblico e quindi se non si difende la qualità del lavoro. E soprattutto se non si avvia una stagione politica ispirata all’idea che la scelta di fondo per la ricostruzione non è un “uomo solo al comando” ma un grande patto per l’inclusione sociale; il quale non escluda affatto l’impresa produttiva. E senza una consapevolezza di che cos’è l’Europa come vincolo non solo economico ma politico.
Questo è il grande limite di Renzi. E’ questo “cambiare verso” che lui non vuole o non sa fare. Aggiungiamo a tutto questo gli effetti davvero devastanti, materiali e morali del decennio berlusconiano. E in più il degrado della politica, lo spettacolo indecoroso della vita parlamentare che appare ormai agli italiani come un luogo di schiamazzi inconcludenti. Ci rendiamo conto allora di quale vuoto politico e morale si è creato negli anni.

Un vuoto enorme, senza precedenti, certo non riempito da esperienze deludenti come quelle dei “tecnici” alla Monti. Come può una forza di sinistra ritrovare un suo cammino se non riesce a creare una connessione sentimentale e politica profonda con questo popolo reso così scettico e smarrito per le ragioni accennate e che da anni assiste alle lotte intestine di una sinistra che si limita a gestire l’esistente? Se, insomma, non avanziamo una risposta finalmente seria rispetto all’attuale stato delle cose? Insisto. Non è possibile ritrovare un’egemonia se non partiamo dal fatto che il paese percepisce che questa non è una crisi come tante altre. La gente capisce che l’Italia vive in una sorta di “stato d’eccezione”. Avverte che siamo al rischio di cedimento di strutture fondamentali della reale “costituency”. E quindi che possiamo non riuscire più a rifinanziare il debito pubblico, nè a governare il crescente divario economico ma anche civile e culturale tra il Nord e il Mezzogiorno. Si rende conto che diventa difficile rimanere nel gruppo di testa dei paesi più avanzati se lo sfilacciamento delle strutture pubbliche, sia amministrative che giudiziarie, è tale da non combattere ma alimentare la corruzione, il metodo mafioso, il sopruso impunito, il peso delle rendite. Noi non andiamo lontano se non interpretiamo noi il bisogno di “un punto a capo”. E’ inutile dividersi tra duri e molli. La situazione è quella che è.

Il paese è in condizioni tali da non sopportare rotture del fragile equilibrio democratico pena il rischio di pericolose avventure. Eppure una svolta è più che mai necessaria e questo tema va posto in tutta la sua grandezza. E’ in questa situazione che si apre lo spazio per una sinistra nuova. Ma la condizione è che essa smetta di dividersi ed elabori una proposta politica chiaramente di tipo ricostruttivo, concreta, socialmente inclusiva e su una linea aperta, di centro-sinistra. Contro l’oligarchia corrotta che ci governa da sempre. Non bastano gli emendamenti. Al cuore di tutto ci deve essere un messaggio alto di valori rivolto soprattutto ai giovani, la capacità di rappresentare nuove aspirazioni. Del resto non invento niente. Quando mai una forza nuova di sinistra si è affermata se anche prima di essere diventata una matura forza di governo non si è palesata come un movimento reale nella società e come l’affacciarsi di una nuova cultura? Le idee contano. Tiriamole fuori.

Alfredo Reichlin
Roma, 21 marzo ‘015

Cosa resterà di questi anni …

Qualcosa sopravviverà a questo Congresso. Qualcosa da mettere nelle mani di chi verrà dopo, come una staffetta in una lunga corsa. Qualcosa da cui ripartire nell’opera costante, paziente e perenne di costruzione dei muri di questa casa che è il Partito Democratico. La mia militanza, il lavoro fatto negli ultimi anni per la Formazione Politica è il contributo che porto, immaginando che sia la calce per i mattoni di quella casa.

La Formazione Politica dovrà rappresentare uno spazio ed un tempo dove porre al centro dell’agire politico il senso di responsabilità, l’interpretazione dell’impegno politico come servizio alla comunità, contraddistinto da una forte valenza etica, una spinta ideale sui cui la competenza tecnica va a poggiarsi. E’ un compito rivolto al futuro, alla classe dirigente futura, alla speranza di un domani diverso per questo Paese. In questa visione politica di lungo termine, che è nei caratteri primi del nostro Partito, va disegnato e scritto il futuro della Formazione.

Le ragioni della Formazione

Il patrimonio delle Idee lasciatoci in dote con la nascita del Partito Democratico ha rappresentato un bagaglio, vissuto come zavorra, piuttosto che risorsa ed opportunità. Quasi fosse necessario recidere indistintamente le radici del nostro passato. Sin dalla nascita del Partito Democratico, la formazione ha raccolto il patrimonio politico e culturale, le esperienze e la storia del centrosinistra italiano e si è impegnata a condividerlo – anche tramite nuovi metodi e strumenti – con i militanti, i dirigenti, gli amministratori e, soprattutto, con i giovani, i nativi del PD. È stata centrale la volontà di fornire ai partecipanti gli elementi culturali imprescindibili per affrontare le sfide politiche il centrosinistra ed il Partito Democratico sono chiamati.

Ecco la prima ragione della Formazione Politica. Tutelare questa ricchezza dalla banalizzazione, dalla superficialità, dall’inflazione. Salvare le Idee da questioni identitarie o dogmatiche sempre più sterili ovvero dal tecnicismo che porta a ritenere che “fare” possa prescindere dal “pensare”.

Da qui, la ragione ulteriore della Formazione Politica. Quel patrimonio va rielaborato nel contesto dell’Italia del Nuovo Millennio e portato in dote alla Politica ed alle politiche. Democrazia, Lavoro, Libertà, Partito, Accesso, Laicità, Solidarietà, sono idee che non hanno perso smalto e catalizzano interessi ed energie, suscitano dibattito e confronto.

Le traiettorie della Formazione

L’operazione culturale che il Partito Democratico ha compiuto – e rappresenta un impegno ancora maggiore per il futuro, è nuovamente creare – in mutate condizioni sociali e politiche, le condizioni del coinvolgimento e della partecipazione all’elaborazione politica.
La Formazione può sollecitare la passione intorno alle Idee, renderle vitali e condivise. Ma non è solo uno stimolo alla passione ma è impegno al rigore, all’analisi, è studio con metodo.

Per fare questo, metodo e creatività, dovranno confrontarsi con forme di lavoro e confronto politico che partano da una ricerca che porta alla comprensione reale sullo status quo con cui ci confrontiamo. Da qui bisogna partire per dirigersi, verso una release delle Idee, per spingerle e adattarle alla nuova realtà, una realtà in costante tensione. Per rendere il Partito Democratico ancor partecipe dei momenti di trasformazione del nostro paese nel contesto europeo.

Le finalità della Formazione

La Formazione, se ciò riuscirà a perseguire, adempierà ad un compito complementare, che si è rivelato essenziale, in questi primi anni di vita del Partito, ma ancor di più in questi tempi di disaffezione e critica, spesso inconsulta, alla politica ed ai partiti.

Dovrà costruire un tessuto sempre più fitto di relazioni e comunicazione tra società civile, mondo politico, realtà economiche e saperi. Sui territori, nei circoli, fra i nostri militanti ed iscritti. Una sorta di ambiente favorevole, per la circolazione delle Idee e per la nascita di una progettualità, politica e non, essenziale nel ridare energia alla spinta ideale del centrosinistra.

Un luogo, anche fisico, dove interessare reciprocamente realtà politiche e sociali, nel nostro Paese, molto distinte e diverse; tutto questo al di là delle dinamiche e vicende politiche contingenti.
La Formazione dovrà costituire ragione comunicativa del Partito Democratico.

Gli strumenti della Formazione

Per consolidare i risultati raggiunti e per dare gambe a questo progetto occorre che la Formazione possa diventare sistema, liberamente accessibile, attraverso cui tutti possono avere la possibilità di crescere, trovare le ragioni del proprio impegno e le conoscenze necessarie per renderlo efficace per la nostra comunità, di Partito e di Paese.

Sono necessari, pertanto, strumenti che rendano la Formazione permanente ed organica, territoriale.

La Formazione, in quanto politica, deve avere modo di strutturare un’azione costante nel tempo e di lungo respiro. Questo non solo a livello decisionale, ma soprattutto a livello di indirizzo.
Seppur con carattere indipendente, la Formazione deve rimanere intimamente connessa al Partito Democratico.
Rendere concreta l’idea di una Formazione Politica, messa a sistema, pare il modo corretto per mettere a patrimonio del nostro Partito quanto costruito sino ad oggi e dare idealità al proprio futuro.

(Questo manifesto è stato scritto il 16 ottobre 2013)

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